“Quando si è capaci di misurare ciò di cui si sta parlando ed esprimerlo in numeri, allora si conosce
qualcosa al riguardo; ma quando non lo si può misurare, la conoscenza è scarsa e insoddisfacente.”
— William Thomson (Lord Kelvin)
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Tutti abbiamo familiarità con le sensazioni di “caldo” e “freddo”: una tazza di tè appena versato è calda, un cubetto di ghiaccio è freddo. Ma queste impressioni soggettive non sono ancora fisica. Se metti la mano sinistra in una bacinella di acqua tiepida e la mano destra in una di acqua bollente per qualche secondo, e poi le immergi entrambe in una stessa bacinella di acqua a temperatura ambiente, la mano sinistra ti sembrerà calda e la destra fredda — eppure stanno toccando esattamente la stessa acqua. Le sensazioni ingannano.
Per fare scienza dei fenomeni termici dobbiamo passare dalla sensazione alla misura: associare a ogni stato di un corpo un numero, la temperatura, che rispetti l’evidenza sperimentale e ci permetta di confrontare oggettivamente situazioni diverse. La citazione di Kelvin all’inizio del capitolo coglie esattamente questo passaggio: la conoscenza qualitativa diventa scientifica solo quando si fa quantitativa.
Questo capitolo è la termologia: la fisica dei fenomeni termici descritta con le grandezze macroscopiche, senza ancora entrare nel meccanismo microscopico (che vedremo nel capitolo 20) né nei principi della termodinamica (capitolo 12). Partiremo dalla temperatura: che cosa significa, come si definisce in modo operativo, perché due corpi messi a contatto raggiungono uno stato comune (equilibrio termico), e quali scale numeriche si usano per esprimerla. Vedremo poi un primo effetto della temperatura sui corpi, la dilatazione termica, e daremo finalmente un nome e una misura a ciò che passa da un corpo caldo a uno freddo: il calore, con il calore specifico, la calorimetria e il calorimetro. Chiuderemo con i passaggi di stato, in cui un corpo riceve calore senza cambiare temperatura. Tutto il resto della termodinamica — gas perfetti, primo e secondo principio — poggerà su questi fondamenti.
Cominciamo con un’osservazione semplice. Mettiamo un cubetto di ghiaccio in un bicchiere d’acqua a temperatura ambiente. Dopo qualche minuto il cubetto è completamente sciolto, e l’acqua del bicchiere è più fredda di prima. Qualcosa è successo, qualcosa è cambiato in entrambi i corpi. Diciamo che fra il cubetto e l’acqua c’è stata un’interazione termica.
Lo stesso linguaggio vale per altri esempi familiari:
In tutti questi casi due corpi (o due parti dello stesso corpo) interagiscono fra loro, e il segnale dell’interazione è un cambiamento di stato: cambia la temperatura, cambia il volume, cambia l’aspetto fisico (il ghiaccio diventa acqua liquida, l’acqua bollente diventa vapore). La fisica dei fenomeni termici è la fisica di queste interazioni.
Definizione 5.1 — Sistema termodinamico
A seconda di che cosa il confine lascia attraversare, distinguiamo:
Un grammo d’acqua contiene un numero gigantesco di molecole: circa \(3.3\times 10^{22}\). Descrivere posizione e velocità di ognuna di esse, istante per istante, è impossibile in pratica e — come vedremo — anche inutile per gran parte delle domande che ci poniamo. Per fortuna, l’esperienza mostra che bastano poche grandezze macroscopiche a caratterizzare il comportamento osservabile del sistema.
Definizione 5.2 — Stato macroscopico
Lo stato macroscopico di un sistema termodinamico in equilibrio è l’insieme dei valori assunti da poche grandezze fisiche misurabili (volume, pressione, temperatura, massa, densità…) che ne descrivono completamente il comportamento osservabile, prescindendo dal dettaglio del moto delle singole molecole.
Nota
La descrizione microscopica — in termini di posizioni e velocità delle singole particelle — non è sbagliata, ma è impraticabile e quasi sempre inutile: se in una stanza vuoi sapere se fa caldo o freddo, ti basta un termometro, non l’elenco delle posizioni e velocità di \(e25\) molecole d’aria. Il legame fra descrizione macroscopica e microscopica è oggetto della termodinamica statistica, che studieremo nel capitolo 20.
Diciamo che un sistema è in uno stato di equilibrio (termico, meccanico, chimico) quando le grandezze macroscopiche che lo descrivono non variano nel tempo, in assenza di interazioni esterne. È solo per stati di equilibrio che ha senso assegnare un valore univoco a temperatura, pressione, volume — e di conseguenza è agli stati di equilibrio che si applicheranno le leggi della termodinamica classica.
Definizione 5.3 — Variabili di stato
Le variabili di stato si dividono in due grandi famiglie, di cui è importante avere chiara la distinzione.
Nota
Il rapporto fra due grandezze estensive è una grandezza intensiva. Per esempio, la densità \(\rho = m/V\) è intensiva: se prendi la metà di un blocco d’acqua, sia la massa sia il volume si dimezzano, ma il rapporto resta lo stesso. È una distinzione utile da tenere a mente in tutta la termodinamica.
Tutte le variabili di stato devono essere misurabili: per ognuna serve una procedura operativa che permette di assegnarle un valore numerico riproducibile (cfr. capitolo 1). Per volume e massa abbiamo già strumenti familiari (cilindri graduati, bilance); per la pressione vedremo il manometro nel capitolo 10; per la temperatura — che è la grandezza protagonista di questo capitolo — dobbiamo procedere con cura.
Le sensazioni di caldo e freddo, come abbiamo visto, sono inaffidabili. Eppure suggeriscono qualcosa di reale: esiste una proprietà degli oggetti per cui possiamo metterli in ordine — più caldo, più freddo. Il problema è trasformare questa intuizione in una grandezza fisica misurabile.
L’idea, antica almeno quanto il termoscopio costruito da Galileo intorno al 1592, è di sfruttare il fatto che molte proprietà fisiche dei corpi (volume, lunghezza, pressione, resistenza elettrica, colore di un metallo incandescente…) cambiano in modo riproducibile quando il corpo si scalda o si raffredda. Una qualsiasi di queste proprietà può servire da indicatore della temperatura.
Definizione 5.4 — Definizione operativa di temperatura
Nota
È una definizione operativa: non spiega che cos’è la temperatura (lo capiremo nel capitolo 20: è una misura dell’energia cinetica media delle particelle), ma dice come misurarla. Per fare fisica quantitativa è esattamente ciò che serve. La definizione operativa è una strategia tipica della fisica: si rinuncia a dire “che cos’è” una grandezza e si specifica invece “come la si misura”. Spesso il come chiarisce meglio del che cos’è.
Definizione 5.5 — Termometro
Esistono molti tipi di termometro, ciascuno basato su una diversa grandezza termometrica:
Procedura — Costruire una scala termometrica
Per associare al termometro una scala di valori numerici si procede così:
La temperatura \(T\) corrispondente a un generico valore \(X\) della grandezza termometrica si ottiene per interpolazione lineare:
Attenzione!
Termometri costruiti con grandezze termometriche diverse possono non concordare alle temperature intermedie, anche se sono d’accordo ai punti fissi. Per esempio, un termometro a mercurio e uno ad alcol tarati entrambi a \(0\,{^\circ\text{C} }\) e \(100\,{^\circ\text{C} }\) possono dare letture leggermente diverse a \(50\,{^\circ\text{C} }\), perché le dilatazioni dei due liquidi non sono perfettamente lineari né uguali. Si è dunque concordato per convenzione internazionale di prendere come riferimento il termometro a gas a volume costante, le cui letture sono molto vicine alla temperatura “vera” definita teoricamente nel capitolo 20.
Quando due corpi a temperature diverse vengono messi a contatto, l’esperienza mostra che le loro temperature evolvono nel tempo: il più caldo si raffredda, il più freddo si riscalda, finché entrambi raggiungono una temperatura comune intermedia, dopodiché non cambiano più. Si dice che hanno raggiunto l’equilibrio termico.
Definizione 5.6 — Equilibrio termico
Due sistemi a contatto, in grado di interagire termicamente fra loro, sono in equilibrio termico quando le loro variabili di stato (in particolare la temperatura) non variano più nel tempo. Equivalentemente: due sistemi sono in equilibrio termico se, messi a contatto attraverso una parete che permette lo scambio di energia termica, non scambiano nulla.
L’equilibrio termico non è un fatto istantaneo: è il risultato di un’interazione (scambio di energia termica) che procede finché esiste una differenza di temperatura, e si arresta quando questa differenza si annulla. È esattamente questa proprietà a permettere a un termometro di funzionare: messo a contatto con un corpo, il termometro raggiunge l’equilibrio termico con esso, e a quel punto la sua lettura coincide con la temperatura del corpo.
Il fatto che “avere la stessa temperatura” sia una relazione transitiva — se \(A\) ha la stessa temperatura di \(B\), e \(B\) ha la stessa temperatura di \(C\), allora anche \(A\) e \(C\) hanno la stessa temperatura — sembra ovvio, ma logicamente non lo è affatto. Eppure è proprio quello che permette di usare i termometri: il termometro \(B\) misura la temperatura di un corpo \(A\); se poi misura anche un corpo \(C\) e troviamo lo stesso valore, possiamo concludere che \(A\) e \(C\), pur senza essersi mai toccati, hanno la stessa temperatura. Senza questa proprietà non avrebbe senso parlare di temperatura come grandezza universale.
L’evidenza sperimentale di questa transitività è così fondamentale da meritare il nome di principio (anche se è stato formalizzato dopo i principi primo e secondo della termodinamica, e per non rinumerarli si è scelto di chiamarlo “principio zero”).
Legge 5.1 — Principio zero della termodinamica
Nota — Perché “zero”?
Il primo e il secondo principio della termodinamica furono formulati nel XIX secolo da Clausius, Kelvin e altri. Solo nel 1931 Ralph H. Fowler riconobbe che dietro all’idea stessa di temperatura si nasconde un assioma logicamente più fondamentale, che andrebbe enunciato prima degli altri due. Per non rinumerare leggi già famose, si scelse il nome “principio zero”.
Il principio zero ha una conseguenza concettuale importante: poiché “essere in equilibrio termico” è una relazione di equivalenza (riflessiva, simmetrica e transitiva), si possono raggruppare tutti i sistemi del mondo in classi di sistemi mutuamente in equilibrio termico. Ad ogni classe si può associare un’etichetta numerica — la temperatura — comune a tutti i suoi membri. È questa la giustificazione logica del concetto di temperatura come grandezza fisica.
La scala più usata nella vita quotidiana in gran parte del mondo è la scala Celsius, proposta dall’astronomo svedese Anders Celsius nel 1742.
Legge 5.2 — Scala Celsius
La scala Celsius assegna i valori numerici:
L’intervallo fra i due punti fissi è suddiviso in \(100\) gradi uguali.
L’unità di misura è il grado Celsius, simbolo \({^\circ\text{C} }\). Differenze di temperatura nella scala Celsius si esprimono in \({^\circ\text{C} }\).
Nota
Celsius nella sua proposta originaria del 1742 fissò \(0\,{^\circ\text{C} }\) all’ebollizione e \(100\,{^\circ\text{C} }\) alla fusione, in pratica al contrario di come oggi conosciamo la sua scala. Fu il botanico Carl von Linné a invertirla qualche anno dopo, dandole la forma attuale. Il nome “Celsius” è rimasto come riconoscimento storico.
La scala Celsius è comoda nella vita quotidiana, ma il suo zero — la temperatura del ghiaccio fondente — è una scelta arbitraria, legata a una particolare sostanza (l’acqua) in particolari condizioni (pressione atmosferica). C’è uno zero più fondamentale?
L’analisi sperimentale del comportamento dei gas suggerì già nel XIX secolo che, raffreddando un gas, la sua pressione (a volume costante) o il suo volume (a pressione costante) decrescono linearmente con la temperatura. Estrapolando le rette ottenute fino a pressione zero o volume zero, tutte le rette si incontrano in uno stesso punto: \(-273.15\,{^\circ\text{C} }\). Sotto questa temperatura, una pressione o un volume positivi sono impossibili. Questo punto è uno zero naturale, indipendente dalla sostanza scelta: è lo zero assoluto.
Legge 5.3 — Scala Kelvin
Nota
Il kelvin è un’unità di base del Sistema Internazionale (cfr. capitolo 1). Dal 2019 è definito a partire dalla costante di Boltzmann \(k_B\), fissata per convenzione a \(k_B = 1.380649\times 10^{-23}\,{\mathrm{J} / \mathrm{K} }\) (esatto). Per il liceo basta sapere che storicamente fu definita imponendo \(T = 273.16\,{\mathrm{K} }\) al punto triplo dell’acqua (lo stato in cui ghiaccio, acqua liquida e vapore coesistono in equilibrio).
Lo zero assoluto è un limite irraggiungibile: è possibile avvicinarvisi quanto si vuole, ma non toccarlo (il terzo principio della termodinamica, nel cap. 12, formalizza questa affermazione). I laboratori di fisica delle basse temperature riescono oggi a raggiungere temperature di pochi nanokelvin, ma mai zero.
Poiché Celsius e Kelvin hanno la stessa ampiezza di grado e differiscono solo per l’origine, la conversione fra le due scale è una semplice traslazione.
Attenzione!
Esempio 5.1 — Conversioni di temperatura
Convertire le seguenti temperature: la temperatura corporea media umana (\(36.6\,{^\circ\text{C} }\)), l’azoto liquido (\(77\,{\mathrm{K} }\)), il punto di fusione del piombo (\(327\,{^\circ\text{C} }\)), il fondo cosmico a microonde (\(2.73\,{\mathrm{K} }\)).
Soluzione
Applichiamo la (5.2) caso per caso.
Temperatura corporea: \(T = 36.6 + 273.15 = 309.75\,{\mathrm{K} }\).
Azoto liquido: \(t = 77 - 273.15 = -196.15\,{^\circ\text{C} }\).
Punto di fusione del piombo: \(T = 327 + 273.15 = 600.15\,{\mathrm{K} }\).
Fondo cosmico: \(t = 2.73 - 273.15 = -270.42\,{^\circ\text{C} }\).
Verifica di plausibilità: temperature “ordinarie” della scala Celsius (decine di gradi) corrispondono a kelvin attorno a \(300\); temperature criogeniche (poche centinaia di kelvin sopra lo zero) corrispondono a Celsius molto negativi; il fondo cosmico è quasi allo zero assoluto, a meno di pochi kelvin. Tutto coerente.
Esempio 5.2 — Taratura di un termometro a resistenza
Un termometro a resistenza ha le seguenti letture ai due punti fissi: \(R_0 = 100.0\,{\Omega }\) al ghiaccio fondente, \(R_{100} = 138.5\,{\Omega }\) all’acqua bollente. Determinare la temperatura corrispondente a una lettura di \(R = 125.0\,{\Omega }\), sia in Celsius sia in kelvin, assumendo che la resistenza vari linearmente con la temperatura.
Soluzione
Algebricamente, per la (5.1) con \(T_0 = 0\,{^\circ\text{C} }\), \(T_{100} = 100\,{^\circ\text{C} }\) e grandezza termometrica \(X = R\):
Sostituendo i valori:
Verifica di plausibilità: la lettura \(125.0\,{\Omega }\) è a circa due terzi dell’intervallo \([100.0\,{\Omega }, 138.5\,{\Omega }]\), dunque ci si aspetta una temperatura a circa due terzi dell’intervallo \([0\,{^\circ\text{C} }, 100\,{^\circ\text{C} }]\), cioè attorno a \(65\,{^\circ\text{C} }\) — coerente con il risultato.
Quasi tutti i corpi, quando la loro temperatura aumenta, si dilatano: le loro dimensioni crescono. È un effetto piccolo, ma tutt’altro che trascurabile: i binari ferroviari, i ponti, i cavi dell’alta tensione, i tubi degli impianti di riscaldamento sono progettati tenendone conto, e il termometro a liquido del paragrafo precedente funziona proprio grazie a esso. Dal punto di vista microscopico, scaldare un corpo significa far vibrare più vigorosamente le sue molecole attorno alle posizioni di equilibrio: la distanza media fra molecole vicine aumenta leggermente, e con essa le dimensioni del corpo.
Consideriamo un solido in cui una dimensione prevale nettamente sulle altre: una sbarra, un filo, una rotaia. L’esperienza mostra che, per variazioni di temperatura non troppo grandi, l’allungamento della sbarra è proporzionale sia alla lunghezza iniziale sia alla variazione di temperatura.
Legge 5.4 — Dilatazione lineare
Il coefficiente \(\lambda \) rappresenta l’allungamento relativo (\(\Delta L / L_0\)) per ogni kelvin di aumento di temperatura: si misura in \({/ \mathrm{K} }\) (o, equivalentemente, in \({/ ^\circ\text{C} }\), perché nelle formule compare solo una differenza di temperatura). Per i solidi comuni è dell’ordine di \(e-5\,{/ \mathrm{K} }\): un metro di acciaio si allunga di poco più di un centesimo di millimetro per ogni grado.
| Materiale | \(\lambda \) (\({/ \mathrm{K} }\)) |
| Alluminio | \(2.4\times 10^{-5}\) |
| Rame | \(1.7\times 10^{-5}\) |
| Acciaio | \(1.2\times 10^{-5}\) |
| Vetro comune | \(9\times 10^{-6}\) |
| Vetro pirex | \(3.2\times 10^{-6}\) |
| Invar (lega Fe-Ni) | \(1.2\times 10^{-6}\) |
Esempio 5.3 — Il binario al sole
Una rotaia d’acciaio (\(\lambda = 1.2\times 10^{-5}\,{/ \mathrm{K} }\)) è lunga \(L_0 = 30.0\,{\mathrm{m} }\) in una mattina d’inverno a \(t_0 = -5\,{^\circ\text{C} }\). Quanto è lunga in un pomeriggio d’estate a \(t = 45\,{^\circ\text{C} }\)?
Soluzione
La variazione di temperatura è \(\Delta T = 45\,{^\circ\text{C} } - (-5\,{^\circ\text{C} }) = 50\,{\mathrm{K} }\) (le differenze sono uguali in kelvin e in gradi Celsius). Per la (5.4):
La rotaia misura dunque \(L = L_0 + \Delta L = 30.018\,{\mathrm{m} }\). Meno di due centimetri su trenta metri: una frazione minuscola, ma se le rotaie fossero saldate senza alcun gioco, la spinta che esse eserciterebbero l’una sull’altra sarebbe enorme e deformerebbe il binario. Per questo, tra una rotaia e l’altra, si lasciano i giunti di dilatazione.
Nota — Il bilama
Se si saldano fra loro due lamine di metalli diversi (per esempio ottone e acciaio), scaldando la coppia il metallo che si dilata di più costringe l’altra lamina a curvarsi. È il bilama, usato nei termostati meccanici: la curvatura apre o chiude un contatto elettrico a una temperatura prefissata.
Se il corpo si dilata in tutte le direzioni (si dice che è isotropo), anche le sue superfici e il suo volume crescono con la temperatura. Il risultato si ricava direttamente dalla dilatazione lineare.
Consideriamo una lastra quadrata di lato \(L_0\), quindi di area \(S_0 = L_0^2\). Dopo un aumento di temperatura \(\Delta T\) il lato diventa \(L = L_0(1+\lambda \Delta T)\) e l’area
Poiché \(\lambda \Delta T\) è un numero molto piccolo (per l’acciaio, con \(\Delta T = 100\,{\mathrm{K} }\), vale \(1.2\times 10^{-3}\)), il suo quadrato è trascurabile e resta \(S \approx S_0(1 + 2\lambda \Delta T)\). Lo stesso ragionamento, con un cubo, dà \(V \approx V_0(1 + 3\lambda \Delta T)\).
Legge 5.5 — Dilatazione superficiale e volumica
Per un solido isotropo di coefficiente di dilatazione lineare \(\lambda \),
\([\Delta S]=[S_0]=[\mathrm {m^2}],\;[\Delta V]=[V_0]=[\mathrm {m^3}],\;[\lambda ]=[\alpha ]=\left [\dfrac {1}{\mathrm {K}}\right ],\;[\Delta T]=[\mathrm {K}]\)
Attenzione!
Per i liquidi il coefficiente \(\alpha \) è in genere molto maggiore che per i solidi: per il mercurio \(\alpha = 1.8\times 10^{-4}\,{/ \mathrm{K} }\), per l’alcol etilico \(\alpha = 1.1\times 10^{-3}\,{/ \mathrm{K} }\), mentre per il vetro del bulbo è circa \(2.7\times 10^{-5}\,{/ \mathrm{K} }\). È questa differenza a far funzionare il termometro a liquido: il liquido si dilata molto più del contenitore e la differenza di volume viene resa visibile dal capillare sottile. Per i gas, come vedremo nel capitolo 12, a pressione costante \(\alpha \approx 3.66\times 10^{-3}\,{/ \mathrm{K} } = 1/273\,{\mathrm{K} }\), uguale per tutti i gas: proprio da questa regolarità nasce l’idea di zero assoluto.
Esempio 5.4 — Una sfera di alluminio
Una sfera di alluminio (\(\lambda = 2.4\times 10^{-5}\,{/ \mathrm{K} }\)) ha volume \(V_0 = 500\,{\mathrm{c} \mathrm{m} ^{3} }\) a \(20\,{^\circ\text{C} }\). Di quanto aumenta il suo volume, e di quanto la sua superficie, se viene portata a \(220\,{^\circ\text{C} }\)?
Soluzione
Il coefficiente volumico è \(\alpha = 3\lambda = 7.2\times 10^{-5}\,{/ \mathrm{K} }\) e \(\Delta T = 200\,{\mathrm{K} }\). Per la (5.5):
Per la superficie serve prima il raggio: da \(V_0 = \tfrac {4}{3}\pi r_0^3\) si ricava \(r_0 = \sqrt [3]{3V_0/(4\pi )} = 4.92\,{\mathrm{c} \mathrm{m} }\), dunque \(S_0 = 4\pi r_0^2 = 304\,{\mathrm{c} \mathrm{m} ^{2} }\), e
Verifica di plausibilità: le variazioni relative sono \(\Delta V/V_0 = 1.4\times 10^{-2}\) e \(\Delta S/S_0 = 9.6\times 10^{-3}\), cioè nel rapporto \(3:2\), come deve essere.
L’acqua fa eccezione alla regola “più caldo, più grande”, e lo fa proprio nell’intervallo di temperature in cui vive gran parte degli esseri viventi. Scaldando l’acqua da \(0\,{^\circ\text{C} }\) a \(4\,{^\circ\text{C} }\) il suo volume diminuisce; solo al di sopra di \(4\,{^\circ\text{C} }\) l’acqua si comporta come gli altri liquidi e si dilata. Di conseguenza la densità dell’acqua è massima a circa \(4\,{^\circ\text{C} }\) (\(\rho = 999.97\,{\mathrm{kg} / \mathrm{m} ^{3} }\)) e diminuisce sia riscaldando sia raffreddando. Inoltre, solidificando, l’acqua aumenta di volume di circa il \(9\,\%\): il ghiaccio (\(\rho \approx 917\,{\mathrm{kg} / \mathrm{m} ^{3} }\)) galleggia sull’acqua.
La spiegazione sta nella struttura della molecola d’acqua: i legami a idrogeno fra molecole vicine tendono a disporle in una struttura aperta, “a gabbia”, meno compatta di quella disordinata del liquido. Nel ghiaccio la gabbia è completa (ecco perché occupa più volume); fra \(0\,{^\circ\text{C} }\) e \(4\,{^\circ\text{C} }\) i frammenti di gabbia che sopravvivono nel liquido si rompono progressivamente e l’acqua si compatta, vincendo la normale dilatazione termica; oltre i \(4\,{^\circ\text{C} }\) prevale quest’ultima.
Nota — Perché i laghi gelano dalla superficie
In autunno l’acqua superficiale di un lago si raffredda e, diventando più densa, scende sul fondo; questa circolazione prosegue finché tutto il lago arriva a \(4\,{^\circ\text{C} }\). Raffreddandosi ulteriormente, l’acqua in superficie diventa meno densa e resta in alto, dove gela; il ghiaccio, meno denso ancora, galleggia e isola l’acqua sottostante, che rimane a \(4\,{^\circ\text{C} }\) per tutto l’inverno. Senza l’anomalia dell’acqua i laghi gelerebbero dal fondo e la vita acquatica delle regioni fredde non sarebbe possibile. La stessa anomalia spiega perché una bottiglia piena d’acqua messa nel congelatore si rompe e perché il gelo spacca le rocce e l’asfalto.
Nel paragrafo 5.2.3 abbiamo visto che due corpi a temperature diverse, messi a contatto, evolvono verso l’equilibrio termico: “qualcosa” passa dal corpo caldo al corpo freddo finché le temperature si eguagliano. Diamo ora un nome e una misura a questo qualcosa.
Storicamente il calore è stato a lungo confuso con una sostanza materiale (il calorico), un fluido invisibile che passava dai corpi caldi ai corpi freddi. Gli esperimenti di Benjamin Thompson (conte Rumford) sulla foratura dei cannoni, nel 1798, e quelli di James Prescott Joule sull’equivalente meccanico del calore, intorno al 1845, mostrarono definitivamente che il calore non è una sostanza, ma una forma di energia in transito: si può produrre calore senza limiti con il solo attrito, e una quantità ben definita di lavoro meccanico produce sempre la stessa quantità di calore.
Definizione 5.7 — Calore
Il calore \(Q\) è l’energia che viene scambiata fra un sistema e l’ambiente (o fra due sistemi) a causa di una differenza di temperatura. Si misura in joule (\(\mathrm {\mathrm{J} }\)); un’unità tradizionale ancora in uso in alcuni contesti è la caloria, con \(1\,{\mathrm{cal}} = 4.186\,{\mathrm{J} }\).
Attenzione!
Calore e temperatura sono grandezze diverse, che il linguaggio comune confonde di continuo.
Sperimentalmente si osserva che, per riscaldare un corpo da una temperatura \(T_i\) a una temperatura \(T_f\), la quantità di calore necessaria è proporzionale alla variazione di temperatura \(\Delta T = T_f - T_i\) (purché non si verifichino passaggi di stato).
Definizione 5.8 — Capacità termica
La capacità termica dipende dalla quantità di materia: una pentola d’acqua ha capacità termica maggiore di un bicchiere della stessa acqua. Per ottenere una grandezza intrinseca del materiale si introduce il calore specifico:
Definizione 5.9 — Calore specifico
Da cui si ricava la equazione fondamentale della calorimetria:
\([Q]=[\mathrm {J}],\;[m]=[\mathrm {kg}],\;[c]=\left [\dfrac {\mathrm {J}}{\mathrm {kg}\cdot \mathrm {K}}\right ],\;[\Delta T]=[\mathrm {K}]\)
SI base: \([Q]=\left [\dfrac {\mathrm {kg}\cdot \mathrm {m}^2}{\mathrm {s}^2}\right ],\;[c]=\left [\dfrac {\mathrm {m}^2}{\mathrm {s}^2\cdot \mathrm {K}}\right ]\)
Il segno di \(Q\) segue quello di \(\Delta T\): \(Q > 0\) se il corpo assorbe calore e si scalda, \(Q < 0\) se lo cede e si raffredda.
| Sostanza | \(c\) (\({\mathrm{J} / \mathrm{kg} / \mathrm{K} }\)) |
| Acqua liquida | \(4186\) |
| Ghiaccio (a \(-10\,{^\circ\text{C} }\)) | \(2090\) |
| Vapore acqueo (a \(110\,{^\circ\text{C} }\)) | \(2010\) |
| Alcol etilico | \(2430\) |
| Olio d’oliva | \(\approx 2000\) |
| Aria (a pressione costante) | \(1005\) |
| Alluminio | \(897\) |
| Vetro | \(\approx 840\) |
| Ferro, acciaio | \(450\) |
| Rame | \(385\) |
| Piombo | \(128\) |
Il calore specifico dell’acqua, \(c_{\mathrm {H_2O}} = 4186\,{\mathrm{J} / \mathrm{kg} / \mathrm{K} }\), è fra i più alti di tutte le sostanze comuni: per scaldare di un grado un chilogrammo d’acqua serve dieci volte l’energia necessaria a un chilogrammo di rame. Questo spiega perché l’acqua è un ottimo regolatore termico: gli oceani mitigano il clima delle coste, il corpo umano (per due terzi acqua) mantiene la sua temperatura con relativa facilità, e l’acqua è il fluido più usato negli impianti di riscaldamento e raffreddamento.
Esempio 5.5 — Scaldare l’acqua per la pasta
Quanto calore serve per portare \(m = 1.5\,{\mathrm{kg} }\) di acqua da \(18\,{^\circ\text{C} }\) a \(100\,{^\circ\text{C} }\)? Se il fornello trasferisce all’acqua una potenza utile di \(1.2\,{\mathrm{k} \mathrm{W} }\), quanto tempo occorre?
Soluzione
Dalla (5.8), con \(\Delta T = 82\,{\mathrm{K} }\):
Poiché la potenza è energia per unità di tempo (\(P = Q/\Delta t\)), il tempo necessario è
Verifica di plausibilità: circa sette minuti per portare a bollore un litro e mezzo d’acqua su un fornello domestico è un tempo del tutto realistico.
La calorimetria è la misura degli scambi di calore. Il suo strumento è il bilancio energetico: in un sistema isolato il calore ceduto da un corpo è tutto assorbito dagli altri.
Quando due corpi a temperature diverse sono posti in contatto termico in un sistema isolato, scambiano calore fino a raggiungere una temperatura comune \(T_e\) di equilibrio. Per il principio di conservazione dell’energia, il calore ceduto dal corpo caldo è uguale e opposto a quello assorbito dal corpo freddo:
Sostituendo l’equazione fondamentale della calorimetria:
da cui si ricava la temperatura di equilibrio:
\([T_e]=[T_1]=[T_2]=[\mathrm {K}],\;[m_i]=[\mathrm {kg}],\;[c_i]=\left [\dfrac {\mathrm {J}}{\mathrm {kg}\cdot \mathrm {K}}\right ]\)
SI base: \([c_i]=\left [\dfrac {\mathrm {m}^2}{\mathrm {s}^2\cdot \mathrm {K}}\right ]\;\text {(le altre grandezze sono già SI base)}\)
La temperatura di equilibrio è una media pesata delle temperature iniziali, con pesi le capacità termiche \(m_1 c_1\) e \(m_2 c_2\): il corpo con capacità termica maggiore “tira” di più l’equilibrio verso la propria temperatura.
Esempio 5.6 — Mescolamento di acqua a temperature diverse
In un recipiente termicamente isolato si versano \(m_1 = 0.30\,{\mathrm{kg} }\) di acqua a \(T_1 = 80\,{^\circ\text{C} }\) e \(m_2 = 0.20\,{\mathrm{kg} }\) di acqua a \(T_2 = 20\,{^\circ\text{C} }\). Determinare la temperatura di equilibrio.
Soluzione
Trattandosi della stessa sostanza, \(c_1 = c_2 = c\) si semplifica nella (5.11):
Sostituendo (lavorando in \({^\circ\text{C} }\), dato che le differenze sono uguali in scala Kelvin):
La temperatura finale è più vicina a quella iniziale dell’acqua calda, perché ne abbiamo una massa maggiore.
Per misurare davvero gli scambi di calore serve un recipiente che isoli il sistema dall’ambiente: il calorimetro. Nella versione da laboratorio scolastico (calorimetro delle mescolanze) è un vaso a doppia parete con il vuoto nell’intercapedine e pareti argentate (il vaso di Dewar, lo stesso principio del thermos), chiuso da un coperchio isolante attraversato da un termometro e da un agitatore, che serve a rendere uniforme la temperatura.
Il calorimetro non è mai perfettamente “invisibile”: le sue parti interne (vaso, termometro, agitatore) assorbono calore insieme all’acqua. Se ne tiene conto con la capacità termica del calorimetro \(C_{\mathrm {cal}}\), misurata una volta per tutte e spesso espressa come equivalente in acqua \(m_e = C_{\mathrm {cal}}/c_{\mathrm {H_2O}}\): la massa d’acqua che assorbirebbe lo stesso calore del calorimetro. Il bilancio della (5.10) si scrive allora
dove il corpo 2 è l’acqua che già si trova nel calorimetro, alla sua stessa temperatura \(T_2\).
Nota
Il calorimetro è un sistema quasi isolato: in tempi lunghi scambia comunque calore con l’ambiente. Per questo le misure si fanno rapidamente, si legge la temperatura di equilibrio appena l’agitazione l’ha resa uniforme, e si preferiscono temperature iniziali “a cavallo” di quella ambiente, così che le perdite verso l’esterno e i guadagni dall’esterno si compensino in parte.
Il calorimetro permette di misurare il calore specifico di un solido con il metodo delle mescolanze: si scalda il corpo in un bagno d’acqua bollente, se ne misura la temperatura \(T_x\), poi lo si immerge rapidamente nel calorimetro che contiene una massa nota \(m_a\) di acqua a temperatura \(T_a\), e si legge la temperatura di equilibrio \(T_e\). Dal bilancio (5.13), con il corpo come “1” e l’acqua come “2”:
\([c_x]=[c_{\mathrm {H_2O}}]=\left [\dfrac {\mathrm {J}}{\mathrm {kg}\cdot \mathrm {K}}\right ],\;[m_a]=[m_x]=[\mathrm {kg}],\;[C_{\mathrm {cal}}]=\left [\dfrac {\mathrm {J}}{\mathrm {K}}\right ],\;[T]=[\mathrm {K}]\)
Esempio 5.7 — Di che metallo è fatto?
Un cilindretto di metallo di massa \(m_x = 150\,{\mathrm{g} }\) viene tenuto a lungo in acqua bollente (\(T_x = 100.0\,{^\circ\text{C} }\)) e poi immerso in un calorimetro (\(C_{\mathrm {cal}} = 40\,{\mathrm{J} / \mathrm{K} }\)) contenente \(m_a = 250\,{\mathrm{g} }\) di acqua a \(T_a = 18.0\,{^\circ\text{C} }\). La temperatura di equilibrio è \(T_e = 22.0\,{^\circ\text{C} }\). Determinare il calore specifico del metallo e identificarlo con l’aiuto della tabella 5.2.
Soluzione
Convertiamo le masse in chilogrammi (\(m_x = 0.150\,{\mathrm{kg} }\), \(m_a = 0.250\,{\mathrm{kg} }\)) e applichiamo la (5.14); le differenze di temperatura valgono \(T_e - T_a = 4.0\,{\mathrm{K} }\) e \(T_x - T_e = 78.0\,{\mathrm{K} }\):
Il valore è compatibile, entro le incertezze di una misura scolastica (il termometro legge al mezzo grado, e \(0.5\,{\mathrm{K} }\) su \(4.0\,{\mathrm{K} }\) è già un \(12\,\%\)), con il calore specifico del rame, \(385\,{\mathrm{J} / \mathrm{kg} / \mathrm{K} }\).
Verifica di plausibilità: il metallo caldo ha ceduto \(Q = m_x c_x (T_x - T_e) \approx 4.3\times 10^{3}\,{\mathrm{J} }\); la stessa energia ha scaldato di soli \(4\,{\mathrm{K} }\) un quarto di litro d’acqua. È proprio la grande differenza fra i calori specifici a rendere il metodo poco preciso: conviene usare molto metallo e poca acqua.
Finora abbiamo supposto che il calore fornito a un corpo ne faccia sempre aumentare la temperatura. Non è sempre così: un cubetto di ghiaccio che si scioglie in un bicchiere resta a \(0\,{^\circ\text{C} }\) finché non è completamente fuso, e l’acqua che bolle in pentola resta a \(100\,{^\circ\text{C} }\) per quanto si alzi la fiamma. In questi casi il calore serve a cambiare lo stato di aggregazione della sostanza.
La materia si presenta in tre stati di aggregazione principali.
Definizione 5.10 — Passaggio di stato
Si chiama passaggio di stato (o cambiamento di stato, o transizione di fase) la trasformazione di una sostanza da uno stato di aggregazione a un altro. I passaggi di stato hanno nomi propri: fusione (solido \(\to \) liquido) e solidificazione (liquido \(\to \) solido); vaporizzazione (liquido \(\to \) aeriforme) e condensazione (aeriforme \(\to \) liquido); sublimazione (solido \(\to \) aeriforme) e brinamento (aeriforme \(\to \) solido).
Nota — Evaporazione ed ebollizione
La vaporizzazione può avvenire in due modi. L’evaporazione interessa solo la superficie del liquido e avviene a qualsiasi temperatura: le molecole più veloci sfuggono dalla superficie (per questo una pozzanghera si asciuga anche d’inverno, e per questo il sudore raffredda la pelle: se ne vanno le molecole più energetiche). L’ebollizione interessa tutta la massa del liquido, con formazione di bolle di vapore, e avviene a una temperatura ben definita, la temperatura di ebollizione, che dipende dalla pressione: per l’acqua è \(100\,{^\circ\text{C} }\) a pressione atmosferica, circa \(90\,{^\circ\text{C} }\) a \(3000\,{\mathrm{m} }\) di quota (dove la pasta cuoce male) e circa \(120\,{^\circ\text{C} }\) nella pentola a pressione (dove cuoce in fretta).
Durante un passaggio di stato accade qualcosa di apparentemente paradossale: la sostanza assorbe (o cede) calore, ma la sua temperatura non cambia.
Legge 5.6 — Temperatura costante nei passaggi di stato
A pressione fissata, ogni sostanza pura cambia stato a una temperatura ben definita (temperatura di fusione, di ebollizione…), che resta costante per tutta la durata del passaggio di stato. Il calore scambiato è proporzionale alla massa che cambia stato:
L’aggettivo latente (“nascosto”) ricorda che questo calore non si manifesta come aumento di temperatura: dal punto di vista microscopico, l’energia fornita non va ad aumentare l’agitazione delle molecole ma a rompere i legami che le tengono vincolate nel reticolo (fusione) o a contatto fra loro (vaporizzazione). Nel passaggio inverso la stessa energia viene restituita: solidificando, un chilogrammo d’acqua cede \(\lambda _f\) all’ambiente, e condensando un chilogrammo di vapore cede \(\lambda _v\): per questo una scottatura da vapore a \(100\,{^\circ\text{C} }\) è molto più grave di una da acqua alla stessa temperatura.
| Sostanza | \(t_f\) (\({^\circ\text{C} }\)) | \(\lambda _f\) (\({\mathrm{J} / \mathrm{kg} }\)) | \(t_{eb}\) (\({^\circ\text{C} }\)) | \(\lambda _v\) (\({\mathrm{J} / \mathrm{kg} }\)) |
| Acqua | \(0\) | \(3.34\times 10^{5}\) | \(100\) | \(2.26\times 10^{6}\) |
| Alcol etilico | \(-114\) | \(1.04\times 10^{5}\) | \(78\) | \(8.5\times 10^{5}\) |
| Mercurio | \(-39\) | \(1.1\times 10^{4}\) | \(357\) | \(2.9\times 10^{5}\) |
| Piombo | \(327\) | \(2.3\times 10^{4}\) | \(1750\) | \(8.6\times 10^{5}\) |
| Alluminio | \(660\) | \(3.97\times 10^{5}\) | \(2470\) | \(1.05\times 10^{7}\) |
| Ferro | \(1538\) | \(2.7\times 10^{5}\) | \(2860\) | \(6.3\times 10^{6}\) |
| Azoto | \(-210\) | \(2.6\times 10^{4}\) | \(-196\) | \(2.0\times 10^{5}\) |
I numeri della tabella meritano un confronto con il calore specifico. Per fondere un chilogrammo di ghiaccio a \(0\,{^\circ\text{C} }\) servono \(3.34\times 10^{5}\,{\mathrm{J} }\): la stessa energia porterebbe quel chilogrammo d’acqua liquida da \(0\,{^\circ\text{C} }\) a \(80\,{^\circ\text{C} }\). Per far evaporare un chilogrammo d’acqua a \(100\,{^\circ\text{C} }\) servono \(2.26\times 10^{6}\,{\mathrm{J} }\), più di cinque volte l’energia necessaria a scaldarlo da \(0\,{^\circ\text{C} }\) a \(100\,{^\circ\text{C} }\). Ecco perché una pentola impiega qualche minuto per arrivare a bollore, ma più di mezz’ora per evaporare del tutto.
Mettiamo insieme calore specifico e calore latente seguendo un chilogrammo di ghiaccio, inizialmente a \(-20\,{^\circ\text{C} }\), a cui forniamo calore in modo continuo a pressione atmosferica.
In totale \(Q = 3.1\times 10^{6}\,{\mathrm{J} }\), di cui quasi tre quarti spesi nella sola ebollizione. Il grafico della temperatura in funzione del calore fornito (figura 5.8) è una spezzata: tratti in salita, con pendenza \(1/(m c)\) tanto minore quanto maggiore è il calore specifico, alternati a tratti orizzontali (i pianerottoli) in corrispondenza dei passaggi di stato, di lunghezza \(\lambda m\).
Esempio 5.8 — Ghiaccio nell’acqua
In un recipiente termicamente isolato, di capacità termica trascurabile, si mettono \(m_g = 100\,{\mathrm{g} }\) di ghiaccio a \(0\,{^\circ\text{C} }\) in \(m_a = 500\,{\mathrm{g} }\) di acqua a \(t_a = 40\,{^\circ\text{C} }\). Il ghiaccio si scioglie tutto? Qual è la temperatura finale?
Soluzione
Prima domanda: c’è abbastanza calore per fondere tutto il ghiaccio? Il calore che l’acqua può cedere raffreddandosi fino a \(0\,{^\circ\text{C} }\) è
mentre per fondere tutto il ghiaccio serve
Poiché \(Q_{\mathrm {disp}} > Q_f\), il ghiaccio fonde completamente e la temperatura finale \(t_e\) è maggiore di \(0\,{^\circ\text{C} }\).
Seconda domanda: il bilancio energetico comprende tre termini. L’acqua di fusione (massa \(m_g\), da \(0\,{^\circ\text{C} }\) a \(t_e\)) e il ghiaccio che fonde assorbono calore; l’acqua calda lo cede:
Risolvendo rispetto a \(t_e\):
Verifica di plausibilità: senza il calore latente, mescolare \(100\,{\mathrm{g} }\) a \(0\,{^\circ\text{C} }\) con \(500\,{\mathrm{g} }\) a \(40\,{^\circ\text{C} }\) darebbe \(t_e = 33\,{^\circ\text{C} }\); la fusione “costa” altri \(3.3\times 10^{4}\,{\mathrm{J} }\), che abbassano la temperatura finale di \(13\,{\mathrm{K} }\). Un solo cubetto raffredda molto più di quanto farebbe la stessa massa d’acqua fredda: è il motivo per cui mettiamo ghiaccio, e non acqua a \(0\,{^\circ\text{C} }\), nelle bibite.
Attenzione!
Negli esercizi con il ghiaccio controlla sempre prima se il calore disponibile basta a fondere tutto il ghiaccio (o a far evaporare tutta l’acqua). Se non basta, la temperatura finale è quella del passaggio di stato (\(0\,{^\circ\text{C} }\)) e l’incognita diventa la massa di ghiaccio che si è sciolta: \(m_{\mathrm {fusa}} = Q_{\mathrm {disp}}/\lambda _f\).
Riepilogo
Esercizio 5.1
In questa pagina sono raccolte le formule principali del capitolo. Accanto a ciascuna formula sono elencate le variabili che vi compaiono con le rispettive unità di misura nel Sistema Internazionale; fra parentesi tonde è indicato il numero dell’equazione di riferimento all’interno del capitolo.
(5.2) Conversione Celsius–Kelvin.
(5.4) Dilatazione lineare.
(5.5) Dilatazione superficiale e volumica.
(5.6) Capacità termica.
(5.7) Calore specifico.
(5.8) Equazione fondamentale della calorimetria.
(5.11) Temperatura di equilibrio (due corpi in contatto termico).
(5.13) Bilancio con il calorimetro.
(5.14) Metodo delle mescolanze.
(5.15) Calore latente.